Ci sono poche cose che possono portare un uomo alle lacrime, ricorda Dan Kindlon, docente di psicologia ad Harvard, quando un uomo adulto piange è quasi sempre per via di suo padre. Odiato o adorato, vivo o morto. Franco quella sera pianse.

Franco ha un figlio adolescente. Sa tutto sull’adolescenza, l’intelligenza emotiva e la gestione dei conflitti. Però si lamenta perché suo figlio non parla con lui.

Ci racconta una sera:

“Alla larga!” ho letto negli occhi di mio figlio. Perlustro con estrema delicatezza la sua vita emotiva da quando è nato, ma sembra stanco di parole. Ho l’impressione che ne abbia sentite così tante che ha solo voglia di stare solo. Capisco che le mie parole siano per lui ormai solo un rumore di fondo, un ronzio fatto di richieste, di minacce, di ricatti, di inviti e di ordini. E domande. Soprattutto domande. Forse non sono mai stato veramente in contatto con lui. Un giorno mi ha detto: “perché invece di tutte queste domande non parli con me, non stai con me?”

Una distanza siderale li separava di fatto. Un abisso in realtà.

Un abisso che Franco conosceva bene, scavato dentro di lui da suo padre con il suo mutismo e la sua sostanziale incapacità a mostrargli la minima emozione. Quasi per reazione Franco ha colmato quel buco nero leggendo, informandosi, illudendosi di poter dare a suo figlio quello che non aveva ricevuto.

Franco parla a suo padre spesso, soprattutto in certi momenti. Sente una voragine dentro di sé, lasciata dalla sua scomparsa. Deve ricostruire quel ponte spezzato e stare con lui, parlare con lui. Finchè non lo incontra veramente non potrà dare nulla a suo figlio.

Nel più profondo del nostro essere, ognuno di noi vuole amare suo padre ed essere amato da lui.

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