La persona che appare imbrigliata-dentro-un-problema è in realtà implicata-dentro-il-proprio-tempo: avrà il coraggio di corrispondervi in modo creativo e non assoggettato?

Può il counselor costruire una relazione di aiuto astraendo la relazione stessa dal tempo storico alla quale appartiene? Come può la persona che chiede aiuto attivarsi per comprendere ciò che vive se non esce da se stessa, per cogliersi dentro un sistema che la supera e che la costituisce con i suoi vincoli e le sue possibilità?

La persona che appare imbrigliata-dentro-un-problema è in realtà implicata-dentro-il-proprio-tempo: avrà il coraggio di corrispondervi in modo creativo e non assoggettato?

Appare necessaria una diagnosi dei vincoli e delle possibilità del tempo presente che appartengono non tanto o solo alla persona che è dentro la relazione ma all’essere umano di questo tempo.

Proprio grazie alla necessità di “diagnosticare il presente” per riflettere più in profondità su chi sia quel soggetto non assoggettato che vuole inventare se stesso, Foucault incrocia il pensiero di Kant.[1]

“Che cosa sono i lumi?” si chiede Kant nel 1784 affrontando, forse per la prima volta, la questione del rapporto tra colui che scrive e il tempo presente. Che cos’è questo tempo presente che chiamiamo Illuminismo, sembra domandarsi il filosofo di Konisberg, ovvero “che cos’è questo presente nel quale sono implicato” e quali elementi lo caratterizzano a tal punto che mi appartiene e mi convoca ad un coinvolgimento così radicale? La risposta non tarda ad arrivare: “i Lumi sono l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso”. Incapace di servirsi del proprio intelletto senza la direzione di un altro, precisa Kant, a causa di una mancanza di decisione e di coraggio. Uscire, decidere, avere coraggio, pensare autonomamente: sembrano essere questi i tratti distintivi di quel presente, di quell’attualità che siamo chiamati ad assumere ma che allo stesso tempo costituisce un nodo problematico, altrimenti il filosofo non sentirebbe la necessità di far seguire al chiarimento su che cosa sono i Lumi, l’ingiunzione “Sapere aude!”

Nella lezione che il 5 gennaio 1983 Michel Foucault tiene al College de France inaugurando il corso “Il Governo di sé e degli altri”, possiamo rintracciare molti spunti di riflessione su questo tema del “presente come appello ad uscire dallo stato di minorità” e, per analogia, illuminare alcuni tratti dell’attività di counseling, come ascolto di un sé imbrigliato nel suo presente.

Ci ricorda Foucault citando Kant:

“ Se ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che ha coscienza per me, se ho un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, allora non ho più bisogno di darmi pensiero”. [2]

In questo stato di minorità, il mio rapporto con una triplice forma di autorità, è vissuto come non problematico. Un libro, un direttore spirituale, un medico, ovvero l’intelletto, la coscienza morale e la vita stessa, rappresentano le tre forme di autorità con le quali l’essere umano gioca e si implica fino ad assoggettarsi.  Questo assoggettamento non dipende tanto da una impotenza naturale, o da una azione costrittiva giunta dall’esterno che abbia negato il diritto fondamentale ad autodeterminarsi, quanto piuttosto da una mancanza, da un “difetto” tutto interno al soggetto. Un “deficit nel rapporto di autonomia con se stessi” chiarisce Foucault, meglio inteso come “pigrizia e viltà” per cui non ci assumiamo la responsabilità di usare con coraggio e forza il nostro intelletto. Interessante la sottolineatura di Kant, per cui il soggetto è incapace da solo di uscire da questo stato di minorità a causa dello spavento , della paura che proverebbe se assumesse la decisione di uscire dalla situazione in cui si trova. Uscita che sembra implicare il coraggio del pensiero, l’esercizio della libertà di pensiero all’interno di una dimensione universale (pubblica nel linguaggio kantiano) non assoggettata e obbediente a dispositivi di “potere”. Obbedienza che invece è concepita all’interno di quella che Kant chiama sfera “privata”, contraddistinta dalla funzione che ognuno occupa all’interno del corpo sociale. Il tempo presente (l’Illuminismo) finisce per essere il tempo in cui il governo di sé si realizza attraverso l’esercizio del pensiero non assoggettato ad alcuna forma di dominazione.

Se si può immaginare un’esistenza autonoma lo si può fare solo emancipandosi da ciò che nella situazione in cui ci si trova costituisce un ostacolo al pensiero, all’azione, alla vita. Poiché non si dà esistenza autonoma se non dentro il limite costitutivo del proprio tempo e della propria storia, il compito del counselor diventa quello di aiutare la persona che si rivolge a lui non tanto di non essere governata in alcun modo quanto di “non essere governata in questo modo, in nome di questi principi, in vista di tali obiettivi e attraverso tali procedimenti[3]

Uscire dalla dominazione significa chiedersi: “che cosa siamo noi, oggi?” e assumersi la responsabilità di disegnare continuamente se stessi, di produrre nuove forme di vita esteticamente. Definendola “l’arte di non essere eccessivamente governati” Foucault considera la critica una forma di contropotere, una interrogazione rispetto a ciò che limita l’autonomia del soggetto, assoggettandolo. Che rapporto instaura il soggetto con il potere, con il sapere, con l’etica? Il sapere ci porta a stabilire un determinato rapporto con le cose, il potere definisce le nostre relazioni con gli altri, l’etica determina la relazione che stabiliamo con noi stessi e la nostra coscienza. Quello che ci ha condotti ad essere quello che siamo è riconducibile ad almeno uno di questi tre rapporti, ed è necessario che ci chiediamo “oggi, quello che sono, quale di questi rapporti vede maggiormente implicato, quali di questi rapporti mi sta vincolando?

Il counseling come critica del presente del cliente diventa così una forma di interrogazione, prendendo a prestito le parole di Foucault

come abbiamo costituito noi stessi soggetti del nostro sapere? Come abbiamo costituito noi stessi come soggetti che esercitano o subiscono delle relazioni di potere? Come abbiamo costituito noi stessi come soggetti morali delle nostre azioni?”

In altre parole: come abbiamo costituito noi stessi all’interno dei dispositivi del tempo presente? A partire da queste premesse il counseling può guadagnare un suo autonomo campo di applicazione all’interno delle Scienze Umane, nel quale la problematizzazione del presente e delle pratiche di  sapere, potere ed etiche viene attivata per favorire il “governo di sé”. Con il counselor “penso insieme il presente” ma non per acquisire un nuovo o più stabile sapere che mi viene offerto, non per modificare strutture interne di personalità, ma per comprendere il presente nel quale sono implicato e fino a che punto questo stesso presente possa essere la fonte del mio disagio.


[1] M. Foucault, Il governo di sé e degli altri, Corso al Collége France (1982-1983), Feltrinelli, Milano, 2015

[2] Ivi p.37

[3] M. Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli, Roma, 1997, p. 37

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