Problematizzare il presente

Chiara di Marco, nell’interpretazione del pensiero di M. Foucault come Ontologia critica del presente[1] individua lo scopo dell’indagine sulla soggettività avviata dal filosofo francese nella riattivazione delle “forze messe a tacere nell’essere umano, problematizzando le istituzioni e promuovendo una soggettività che travalica tutte quelle forme d’individuazione e d’identificazione che ci hanno fin qui costituiti in quanto soggetti assoggettati”. [2] Questa riattivazione, seppur ad un livello differente, interessa il counselor che vede nel disagio che il cliente offre come contenuto di analisi, un’incapacità di reagire a diversi sistemi che bloccano energie vitali che chiedono di potersi esprimere liberamente. Sistemi chiusi, sistemi di potere, ma anche assenza di qualsiasi struttura interna, schemi disadattivi che si ripetono attivati da eventi che convocherebbero invece a nuove consapevolezze e decisioni. La vita stessa con i suoi passaggi segreti, le feritoie e gli squarci, di natura evolutiva o anche solo accidentali, muove la persona a cercare una relazione capace di sostenerla nell’attraversamento di un momento critico. Ci sono momenti in cui la strettoia si può trasformare in una sorta di “breccia” che permette l’accesso ad un nuovo punto di vista.  Nel venire alla vita, nell’amare, nel soffrire e nel morire le persone si giocano, infatti, qualcosa di decisivo. Kairos personali che aiutano a comprendere come ci sia una domanda che non si satura, che siamo sempre attraversati da una mancanza, da un vuoto creativo e da un’essenziale inquietudine che è anche un’apertura. Lo dice bene il poeta fiorentino Mario Luzi: “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che ad un tratto ne sei pieno?” Ed è in questa posizione esistenziale che non si cerca tanto un “consiglio”, una “guarigione”, una “terapia”, ma una “relazione” che sia vissuta come una sorta di “radura”.


[1] C. Di Marco, Critica e Cura di sé, L’etica di Michel Foucault, Franco Angeli, Milano, 1999, p.15

[2] Ivi, p.13

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