presenza.

Last updated on: Published by: Michele Visentin 0

Da più di un anno il nostro modo di vivere le relazioni è stato condizionato da un evento inaspettato e per certi aspetti traumatico. Il distanziamento sociale ci ha però permesso di entrare in contatto con elementi fondativi del vivere sociale. Uno di questi è l’<<essere presenti>> mentre ci si relaziona con un altro essere umano.

Il distanziamento sociale ha obiettivamente limitato la <<presenza>> e la vicinanza fisica, ma è pur vero che, anche attraverso forme nuove di comunicazione mediate dalle nuove tecnologie, ha permesso di mantenere e talvolta di rafforzare i legami. Emblematico il caso della scuola che ha dovuto riconoscere che l’allievo o il docente, connessi, si siano sentiti, in alcuni casi, più vicini e performativi lì, “a distanza”, di quanto non erano nella “vicinanza” della classe.

Abbiamo così imparato a non considerare apertura e chiusura, presenza ed assenza, vicinanza e lontananza come degli assoluti. L’essere presenti, in particolare, si è rivelato essere più una qualità interna, una disposizione personale verso l’altra persona, che una condizione determinata dalla vicinanza fisica.

  1. Essere presenti. Essere ricettivi.

Che cosa significa essere presenti? L’interrogativo è decisivo soprattutto per chi si prende cura degli altri o svolge un professione a servizio delle persone. Perché la presenza è il predittore più forte di come le persone reagiscono a chi entra in contatto con loro? E’ possibile essere presenti senza essere nello spazio fisico dell’altro, ed è possibile essere vicini all’altro senza essere presenti?

La presenza ha a che fare con la qualità della nostra vita mentale. Se la mente è quel processo regoletivo dei flussi di energia e informazioni che caratterizzano la nostra esperienza quotidiana (Siegel, 2012) la consapevolezza di questi flussi, l’abilità di mantenerli in equilibrio, rappresenterebbero le condizioni necessarie alla presenza e alla salute della mente più in generale. Del resto, prendersi cura della propria vita interiore, della propria mente e del proprio sé è pregiudiziale per prendersi cura degli altri.

Essere presenti significa anzitutto essere ricettivi ed entrare in risonanza con gli altri. Essere ricettivi è un’esperienza di libertà, la libertà di immaginare possibilità infinite, di aprirsi alla realtà che ci incontra, ci resiste, ci ispira. Molto più spesso è l’aspettativa che abbiamo verso ciò che incontriamo, il nostro giudizio aprioristico, la nostra chiusura, ad impedirci l’esperienza dell’essere realmente presenti. La nostra mente quando non è ricettiva è reattiva, reagisce impulsivamente agli stimoli, è governata dall’esterno e perde il suo equilibrio. Perché questo accade? Perché la presenza ha bisogno che la mente garantisca un senso di sicurezza. Possiamo perdere questo senso di sicurezza quando percepiamo gli astimoli che i nostri organi di senso raccolgono come minacciosi. Il cervello monitora costantemente l’ambiente esterno, lo scandaglia alla ricerca di segnali di pericolo. A volte ci mettiamo in uno stato di allerta pronti a fuggire, ad aggredire o a irrigidirci.

Quando percepiamo una sensazione di pericolo non possiamo attivare quella che Porges (2014) chiama il sistema dell’impegno sociale. Invece di essere presenti siamo distanti, soli e paralizzati. La nostra mente non è pacificata, non è recettiva e quando siamo reattivi la presenza è bloccata. Per realizzare la presenza che porta con sé flessibilità, capacità di adattamento, stabilità, energia, abbiamo bisogno di imparare a sintonizzarci con l’esperienza dell’altro.

  • Presenza e accelerazione

Perché facciamo fatica ad essere realmente presenti? Secondo molti osservatori (Rosa, 2015) è qualcosa che ha a che fare con la velocizzazione della vita sociale che impatta nelle esistenze dei singoli trasformando la vita materiale, sociale e spirituale. L’accelerazione della vita sociale sta producendo nuove forme di alienazione sconosciute fino a qualche tempo fa e che colorano il disagio delle persone con tinte del tutto originali. Secondo Rosa, ci sono tre categorie differenti di accelerazione: quella tecnologica, quella relativa ai mutamenti sociali,  e quella che impatta sul ritmo di vita.

A) L’accelerazione tecnologica. Tutti possiamo constatare che i “processi orientati ad un fine” in qualsiasi attività umana (comunicazione, trasporti,  produzione) si siano velocizzati in maniera esponenziale. Ed è precisamente questo che Rosa definisce accelerazione tecnologica: “ la crescita intenzionale  della velocità di processi orientati verso un fine”. Semplificando, potremmo dire che ci vuole meno tempo rispetto al passato per realizzare prodotti, attività. Il prblema è che non abbiamo in questo modo liberato del tempo per noi perché contemporaneamente sono aumentate a dismisura il numero delle attività che ci vedono implicati. L’accelerazione tecnologica ci produce una sorta di infarto psichico.

  • L’accelerazione dei mutamenti sociali. I mutamenti tecnologici sono interni alla società mentre esiste anche una forma di accelerazione che riguarda la società stessa, il modo in cui funziona e si organizza, gli stili di vita, i valori, i linguaggi. Non è semplice comprendere e soprattutto misurare questa accelerazione. Ciò che conosciamo oggi, o anche solo ciò che possediamo e che ci dà una relativa stabilità (un obiettivo raggiunto, il lavoro, informazioni che possediamo…) ha un arco temporale sempre più breve.
  • Accelerazione del ritmo di vita. L’accelerazione tecnologica e i mutamenti sociali sono talmente evidenti che basta osservare le nostre stesse vite. Ma è l’accelerazione del ritmo di vita ad essersi insinuata nel presente della tarda modernità e ad essere vissuta come estremamente problematica. Impatta, infatti, sul modo in cui gestiamo il tempo. Ci aspetteremmo che l’accelerazione tecnologica ci lasci più tempo per fare ciò che desideriamo, invece, e questo è paradossale, il tempo sta diventando una merce rarissima e sempre più cara. E’ veramente paradossale, ma il nostro presente è accompagnato da sentimenti soggettivi di mancanza di tempo per sé, stress per l’accelerazione della vita, il non riuscire a fare tutto ciò che deve.
  • La saturazione ci impedisce la presenza

Perché non mi riapproprio del mio tempo decelerando? Coma cambia il mio modo di esperire il mondo in relazione al mio modo di esprire il tempo accelerato? La velocità che contraddistingue il nostro modo di vivere il tempo, per cui tutto finisce per diventare un fatto che si aggiunge a mille altri fatti della nostra vita senza tessere un discorso coerente , ci isola da noi stessi e dagli altri. Contrariamente a quanto possiamo pensare, l’isolamento è una reazione all’eccesso di relazioni che siamo vincolati a gestire. E’ una reazione ad uno stato di saturazione. La saturazione ci costringe all’evitamento e alla indisponibilità ad un coinvolgimento profondo, significativo. Ci impedisce la presenza. Non sarebbe gave se non fosse che il nostro senso dell’io è fortemente legato alla qualità delle nostre relazioni e al nostro sentirci parte di un contesto nel quale siamo in grado di integrare le nostre singole esperienze con quelle di una comunità più ampia. L’isolamento invece ci aliena da noi stessi e dagli altri e “ciò può portare” sottolinea Rosa, “ad un esaurimento dell’io”. Anche se in relazione, poiché sono saturo di input sensoriali, continuamente esposto ad una logica di prestazione e competitiva, non sono mai veramernte presente, ma sempre sfasato e proiettato nell’istante successivo. E’ una sorta di stabilità dinamica, per cui se mi fermo perdo l’equilibrio, e mi è indifferente dove sto andando, Ciò che conta è che non mi devo fermare.

  • La risonanza è la soluzione.

Quanta accelerazione siamo in grado di sostenere come individui? Che impatto ha nel nostro modo di essere presenti? Qual è l’impatto che la stabilizzazione dinamica, come la chiama Rosa, ha nel nostro modo di vivere il mondo? Utili spunti per la riflessione sulla risonanza come antidoto all’incapacità di essere presenti nelle relazioni li propone Rosa nel suo ultimo lavoro Pedagogia della risonanza.

La risonanza è l’unione di due entità indipendenti all’interno di un insieme funzionale. Entriamo in risonanza nel momento in cui ci sintoniazziamo reciprocamente fino a traasformarci. Nel moment in cui due corde risuonano il suono di ciascuna è modulato dall’inflienza dell’altro. Siamo presenti/vicini all’altra persona nel momento in cui ci sintonizziamo su di lei, veniamo cambiati da questa presenza e questo nostro essere presenti cambia la persona con la quale ci sintonizziamo. La risonanza è un’esperienza umana fondamentale e ha nell’alienazione il suo contrario. Non è tanto la distanza, il distanziamento sociale a minare le basi del laegame sociale, quanto la mancanza di relazioni risonanti.

La risonanza è quindi una forma di relazione bidirezionale, in cui il soggeto e il mondo si lasciano reciprocamente trasformare. Presuppone un interesse intrinseco alla relazione da entrambi i poli. Non ri tratta di una relazione in cui uno risponde all’altro come se fosse la sua eco, ma una relazione tra entitià distinte, indipendenti, compatte e allo stesso tempo aperte per lasciarsi toccare. Per essere in risonanza bisognaesporsi all’incertezza, all’indisponibilità, all’imprevisto. Anche l’eccesso di risonanza potrebbe risolversi in una forma di alienazione.

La caratteristica più importante di una relazione risonante riguarda il fatto che la porzione di mondo con la quale si entra in risonanza (grazie a degli assi di risonanza direbbe Rosa) deve rappresentare per me una fonte di valore, deve essere ricco di significato.

L’essere presenti, in definitiva, si esprime come disposizione alla risonanza, come atteggiamento positivo di fronte al mondo, a ritagli di mondo, dei quali ci si appropria lasciandosi trasformare e trsformandoli. Quando si stabilisce una relazione di risonaza la corda si tende, gli occhi brillano.

Per approfondire:

D. Siegel (2012), Mappe per la mente. Guida alla neurobiologia interpersonale, Raffaello Cortina, Milano.

H. Rosa (2020), Pedagogia della risonanza, Scholé, Brescia.

H. Rosa (2015), Accelerazione e alienazione, Torino.

Related posts

L’insegnante progettista
Last updated on: Published by: Michele Visentin 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *